Spett.le Ministero per l’Ambiente e la Tutela del Territorio e del Mare                                                                                   Direzione generale per lo sviluppo sostenibile, il clima e l’energia  Dott. Mariano Grillo                                             Via Cristoforo Colombo, 44 ROMA

Roma, 14 marzo 2013

Gentile Direttore,

in riferimento alla cortese Sua nota del 1°/2/2013, prot. 8831, desideriamo formularLe alcune osservazioni, mettendo in risalto la necessità di disegnare un quadro chiaro e coerente con le vigenti disposizioni al fine di diramare, alla base Associata, informazioni corrette. Quanto segue cercherà di chiarire il nostro punto di vista sulla situazione.

1. Comparto dell’Autoriparazione

Atteso che il regolamento CE 842/2006 non menziona in alcun passaggio il comparto dell’autoriparazione, ma fa riferimento ai concetti di <<contenimento>> (art. 3) e di <<recupero>> (art. 4), per valutare se – e quanto – il campo di applicazione del Regolamento e del DRP 43/2012 si estenda al comparto dell’autoriparazione è necessario possedere una chiara definizione proprio del termine <<recupero>>.

Il Regolamento lo definisce come “la raccolta e lo stoccaggio dei gas fluorurati ad effetto serra provenienti, per esempio da macchine, apparecchiature e contenitori”; inoltre, l’articolo 4 impone agli operatori di alcune apparecchiature di predisporre (o anche “far predisporre”) il corretto <<recupero>>.

Il DPR 43/2012, invece, menziona esplicitamente le persone e le imprese che effettuano il recupero dei gas fluorurati ad effetto serra dagli impianti di condizionamento dei veicoli a motore (art. 8 comma 1 lettera e) e comma 2 lettera e) con ciò riferendosi senz’altro ad una parte della filiera che riguarda i veicoli a motore stessi

È quindi essenziale chiarire quale segmento di tale filiera inerente agli impianti di condizionamento è interessato dal DPR n.43/2012. A nostro parere si tratta di quella parte (cioè di quegli operatori) che si occupa del <<recupero>>.

Pur stigmatizzando il fenomeno del cosiddetto oldplating, per il quale obblighi e disposizioni dei provvedimenti di recepimento nazionali risultano più estesi, severi e stringenti rispetto a quelli fissati dalla normativa comunitaria, va chiarito se il <<recupero>> consiste in una attività effettuata da chi produce un residuo o rifiuto di F-gas (ossia tipicamente l’autoriparatore) o se consiste, invece, nelle operazioni specializzata di prelievo ed accumulo in luogo idoneo, che si realizzano a valle della produzione del residuo stesso e sono finalizzate a indirizzare il materiale verso una ulteriore destinazione (riciclo, smaltimento, ecc.)

Si consideri che il Testo unico ambientale, d.lgs n. 152/06, parte IV, operando una distinzione netta tra chi produce il rifiuto e chi lo recupera, pone le attività di recupero (di rifiuti) tra le attività di smaltimento come fasi precedenti quelle di riciclaggio, rigenerazione o distruzione, tanto da prevedere per tali attività una forma di autorizzazione (iscrizione) presso l’Albo nazionale Gestori ambientali. Si tratta di attività specializzate, sottoposte ad un severo regime di controlli, che offrono quotidianamente servizi di smaltimento per le autofficine (recupero oli usati, batterie esauste, ecc.) ma che non vanno con queste confuse. Noi crediamo che tali operatori specializzati siano i soggetti che effettuano il prelievo di materiale che residua da un processo di produzione o di servizio e che essi – e non gli autoriparatori – vadano iscritti al Registro nazionale e qualificati ai sensi del DPR 43/2012.

La risposta di codesto Ministero al quesito inviato, invece, opera una sensibile modifica di questa linea di ragionamento – da tempo consolidata e adottata dal legislatore del Testo unico ambientale – prevedendo l’esclusione dal campo di applicazione dei soli autoriparatori che effettuano la mera ricarica ed includendo – se l’interpretazione è corretta – gli autoriparatori che producono il residuo Fgas e lo depositano temporaneamente in officina in attesa che l’operatore del recupero, che lo preleverà per destinarlo ad operazioni di smaltimento.

Non riteniamo opportuno trattare il recupero di FGas in modo difforme da ciò che viene prescritto per gli oli usati (per fare un parallelo con un altro materiale pericoloso, gestito dalle autofficine, che non va disperso nell’ambiente). Si consideri che la raccolta degli oli usati rappresenta un caso di successo delle politiche ambientali, regolato da severe prescrizioni operative, senza ricorrere a sistemi di registrazione, formazione ed attestazione, inutili dal punto di vista della competenza tecnica ma molto complessi e costosi sotto il profilo economico e organizzativo. Quanto poi alle ricadute ambientali ribadiamo che è necessario e sufficiente prescrivere regole di comportamento cogenti, destinate agli autoriparatori, evitando ogni percorso di qualificazione delineato nel DPR 43/2012.

2. Comparto dell’Impiantistica

In primo luogo si prende atto che la risposta di codesto Ministero non ha, a nostro modo di vedere, chiarito quali siano le ragioni tecnico-giuridiche che sostanziano come i soggetti che effettuano esclusivamente attività di installazione di impianti di climatizzazione di tipo domestico (commercialmente noti come “split) non debbano essere considerati esenti dagli obblighi previsti dal DPR n. 43/2012.

Premesso che le apparecchiature oggetto del quesito sovente non operano con gas fluorurati ad effetto serra, ma con fluidi eco compatibili, si ritiene viceversa che il legislatore europeo (Regolamento 842/2006) non abbia in alcun modo stabilito, ab origine, che chi installa, ripara o fa manutenzione su impianti di climatizzazione domestica (“split”) contenenti gas fluorurati ad effetto serra debba in qualche modo ricadere nel campo di applicazione dei Regolamenti sugli fgas; si è operato dal legislatore italiano un palese goldplating, , per le ragioni esposte ai punti seguenti;

a) il quantitativo di gas serra presente normalmente all’interno degli “split” è circa 50 volte inferiore alla soglia minima prevista dal legislatore europeo e da quello italiano per l’attività di controllo delle perdite (3 kg);

b) l’attività d’installazione in senso stretto di uno “split” è , per ciò che attiene alla parte idraulica relativamente semplice (se operata da un’impresa qualificata ai sensi del DM. n. 37/2008) e non può dare adito in alcun modo (neanche accidentalmente) a fuoriuscite in atmosfera del fluido giacché il climatizzatore viene consegnato dal grossista all’impiantista installatore già “carico” di gas; l’impiantista medesimo provvede, effettuati i collegamenti elettrici ed idraulici, che, si badi bene, non necessitano in alcun modo di saldatura o brasatura ma di mera raccorderia e rubinetteria, a far defluire – prima dell’accensione di prova – il gas nell’impianto;

c) la manutenzione/riparazione di uno “split” attiene normalmente alla pulizia di filtri, alla pulizia dello chassis esterno della macchina, alla pulizia della moto-condensante (unità posizionata fuori dall’abitazione) e dal controllo del corretto funzionamento elettrico/elettronico, compresi i comandi a distanza e le centraline; si tratta di attività che, è evidente, esulano tutte dal tema dei gas fluorurati ad effetto serra (ma attengono, nei luoghi di lavoro semmai al decreto legislativo n.81/2008 – microclima) per cui è singolare ed improprio che siano ricomprese fra quelle per le quali è necessaria una qualificazione, si badi bene, ai meri fini ambientali da parte dell’impresa e dei lavoratori;

In sostanza il legislatore italiano ha deciso di operare in modo – riteniamo – sproporzionato se si considerano gli oneri (non solo economici, ma anche burocratici ed amministrativi) per le imprese ed i correlati vantaggi di natura ambientale. A supporto di quanto sopra esposto, va segnalato anche l’obbligo che persone ed imprese hanno di iscriversi al Registro di cui all’art. 8 del DPR 43/2012, incombenza prevista in Europa solo dalla legislazione italiana nonché l’assurda previsione, per le imprese individuali, di certificarsi sia come persona che come impresa, con evidente penalizzazione delle imprese di più piccole dimensioni cui fa da corollario l’illogica imposizione ai Consorzi, le cui aziende socie sono tutte certificate, di certificarsi essi stessi.

Per tutte le ragioni suddette si richiede, nell’interesse degli operatori del settore:

1 – che il Ministero si faccia parte attiva per promuovere iniziative legislative di modifica del DPR n. 43/2012, al fine di sancire inequivocabilmente, anche tramite Circolare agli Organi di controllo/UPG, che:

a) le attività svolte dall’autoriparatore sui climatizzatori dei veicoli a motore non configurano recupero e siano da considerarsi escluse dagli obblighi di cui al DPR n. 43/2012;

b) l’installazione, manutenzione e riparazione di impianti di climatizzazione domestica (“split”) venga considerata al di fuori dal campo di applicazione del DPR medesimo (art. 8, comma 1, lettera a) salvo che l’impianto contenga almeno 3 kg di gas fluorurati serra,

c) per le imprese individuali sia sufficiente, per poter operare, la certificazione della persona;

d) la certificazione dei Consorzi di imprese sia considerata automatica qualora risultino certificate le imprese socie del consorzio stesso

2 – che il termine di iscrizione nel Registro dei gas fluorurati serra sia portato da 60 gg a 180 gg e che la durata dei certificati provvisori sia portata da 6 mesi a 12 mesi, al fine di consentire alle numerose imprese Associate di potersi qualificare ai sensi del DPR n. 43, fatte salve le esclusioni di cui ai punti precedenti.

 

IL RESPONSABILE DPT COMPETITIVITA’ ED AMBIENTE CNA NAZIONALE